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Intervista all'autrice Giorgia Pietropaoli su Agoravox


Kabul (Afghanistan) - La guerra in Afghanistan scoppiata nel 2001 con la caccia ad Osama Bin Laden e le Torri Gemelle non c'entra nulla. C'entra, e molto, con i risultati dell'”editto” emanato dal Mullah Omar che avevano praticamente cancellato la produzione di oppio dell'Afghanistan, principale serbatoio di riferimento per traffici internazionali e produzione di medicinali. Ne parliamo con Giorgia Pietropaoli, autrice di “Missione Oppio. Afghanistan: cronache e retroscena di una guerra persa in partenza” edito da Alpine Studio nel 2013.

Voglio partire da una domanda provocatoria: il suo libro inizia con la testimonianza del "signor Smith", ma le chiedo: come si può essere sicuri, da lettori, che questi esista davvero e non sia uno "strumento letterario" utile per strutturare poi tutto il libro?

Domanda legittima ma non provocatoria. Provocatorio è il nome che ho dato alla mia fonte, Mr Smith: insomma, chi crederebbe a uno che si chiama Mr. Smith? Ma il mio non è un romanzo. È un saggio d’inchiesta. E se non ci fosse stato Mr. Smith non esisterebbe nemmeno il capitolo che tratta le case farmaceutiche. Ho iniziato la mia ricerca in questo senso proprio partendo dalle parole di questa fonte che, voglio ricordarlo, è un militare che addestrava un reparto dell’esercito afghano. Purtroppo non è la prima volta che qualcuno mi fa una domanda del genere. Il lettore deve aver fiducia nel compito del giornalista, che è quello di verificare se ciò che sta dicendo una fonte è vero. Mettiamola così: quel primo capitolo è il racconto dell’esperienza di un soldato (non dirò il grado) che ha vissuto l’Afghanistan sulla propria pelle, in prima persona. Gli si può credere oppure no. Io ho scelto di credergli e ho cercato di approfondire alcuni indizi che sembravano interessanti e sui quali fino a quel momento non avevo mai riflettuto. E da questa indagine sono usciti documenti, coincidenze, rapporti interessanti che rendono la testimonianza di Smith valida. Non dobbiamo dimenticare che le fonti anonime sono sempre esistite nella storia del giornalismo ed hanno aiutato a rivelare grandi storie, scandali, notizie. Penso alla gola profonda di Bob Woodward e al ruolo che ebbe nel Watergate.


Perché un libro di “cronache e retroscena di una guerra persa in partenza” scritto ora, quando secondo i più diffusi media occidentali il 2014 costituirà la conclusione della missione?

Il conflitto è iniziato nel 2001. Ben dodici anni fa. E non è ancora terminato. Se c’è un momento adatto per tirare le somme, per fare un bilancio è proprio questo. Lo scopo del mio libro è in parte questo: quali sono stati i risultati ottenuti con questa guerra? Il 2014 non sarà l’anno in cui ci ritireremo definitivamente dall’Afghanistan e metteremo fine alle ostilità. Come sempre, questa idea è frutto del modo di fare informazione dei mass media occidentali che, pur di fare propaganda a questa o quella fazione, danno le informazioni in maniera sbagliata o incompleta. Nel 2014 terminerà la missione Isaf, questo si. Ma è già pronto il nuovo piano che lo sostituirà, il “Resolute Support”, che scatterà alla fine del 2014. Rimarranno le truppe (anche se in minore quantità), rimarranno le basi, rimarranno i nostri militari che lavoreranno per gli stessi scopi di Isaf. Hanno solo cambiato la veste, utilizzando un altro nome, ma la sostanza è sempre la stessa.


Quanto avete lavorato per la stesura del libro? Avete incontrato difficoltà?

Per la fase di scrittura ci sono voluti circa tre mesi. Ma l’inchiesta è partita più di tre anni fa per un documentario pubblicato con l’Espresso nel 2011. Possiamo dire che il libro è una costola di quel documentario, anche se è più approfondito, con contenuti che nel documentario non avevamo trattato ed è aggiornato agli eventi più recenti. Per quanto riguarda le difficoltà, ne ho trovate molte quando ho fatto alcune indagini sull’omicidio di Cristiano Congiu e sulle case farmaceutiche.


Di che genere?

Per quanto riguarda Congiu le difficoltà sono state molteplici: c'è un muro che non sono riuscita a sfondare per quanto riguarda le persone che sono coinvolte in questa storia. Non vogliono parlare o si sono fatte negare. È difficoltoso sapere qualcosa sulle indagini, che pare siano ancora in corso, perché l'ufficio stampa dei carabinieri non rilascia alcuna informazione. Ho lavorato principalmente su alcune informazioni che una fonte (che, per chiari motivi di sicurezza, ha voluto l'anonimato) mi ha dato ma poi è stato praticamente impossibile andare oltre. Sto continuando a lavorare al caso, è impossibile che smetta di provare a sfondare quel muro. Per quanto riguarda le case farmaceutiche non sono riuscita ad ottenere molte informazioni, anche dai cosiddetti "pentiti" se così li vogliamo chiamare. È una vera e propria mafia e chi parla troppo rischia, soprattutto dal punto di vista legale ed economico. Non posso raccontare, purtroppo, vari episodi che sono accaduti e che esporrebbero troppo le mie fonti.


Tra il 1999 ed il 2000 accadono due avvenimenti tra loro forse solo apparentemente scollegati: l'aumento del finanziamento per le attività di lobbying delle grandi case farmaceutiche negli Stati Uniti e la decisione del Mullah Omar di vietare la produzione di oppio. È davvero Big Pharma il principale interessato alla guerra afghana?

Questa è la domandona alla quale anch’io vorrei che qualcuno rispondesse. So per certo (perché anche una fonte d’intelligence recentemente me l’ha confermato) che le case farmaceutiche stanno guadagnando da questo conflitto e che alcuni generali Isaf hanno fatto attività chiamiamola di “commessi viaggiatori” per conto delle stesse. Poi se le grandi industrie del settore abbiano spinto, attraverso l’attività di lobby, all’intervento militare per far ripartire la produzione di oppio è una questione che pongo nel mio libro: le coincidenze sono talmente impressionanti da non poter essere ignorate.


Il progetto “Poppy for medicine” serve, a suo parere, ad evitare che l'oppio finisca nelle mani dei trafficanti o a legalizzare il traffico di droga fatto per interesse delle case farmaceutiche?

Propendo per la seconda ipotesi. Dove si coltiva oppio, dove esiste una produzione così ingente di droga non si può controllare e mettere fine al traffico illegale, che nasce e si sviluppa di solito parallelamente a quello legale. A maggior ragione in un Paese come l’Afghanistan che ha un territorio vasto e controllato da varie fazioni, tribù e signori della droga che sono in perenne conflitto.


La missione Isaf, e dunque l'Onu, esporta democrazia o interessi privati (delle case farmaceutiche, in questo caso)?

È impossibile esportare democrazia. Si possono esportare modelli di sviluppo, industrie, si possono esportare anche idee ma la trasformazione di un Paese in uno Stato democratico basato su un sistema politico, economico e sociale democratico non si può forzare; si può aiutare, incoraggiare, questo si, ma non costringere, soprattutto con una guerra. Le conseguenze non possono che essere disastrose. E non penso solo all’Afghanistan: guardiamo alla Libia o all’Egitto. Anche lì l’Occidente è intervenuto con lo scopo di portare democrazia. Con quali risultati? La gente che rischia la vita ogni giorno merita più di frasi di circostanza e banale retorica. È ora che i governi parlino chiaramente degli interessi che ci sono dietro le azioni militari. Come chiunque sa bene, fare una guerra costa e tanto. E, come il signor Smith mi ha detto chiaramente durante l’intervista, non s’investe in una guerra se non ci sono dei ritorni economici. Nel caso dell’Afghanistan, direi che l’oppio è un ritorno che paga bene.


Due casi che riporta nel suo libro mi hanno profondamente colpito, anche perché dimenticati dai media nazionali: quello del tenente colonnello Cristiano Congiu, e quello dei due cooperanti Iendi Iannelli e Stefano Siringo. Sappiamo che nessuno dei tre è morto per le motivazioni ufficiali, lei che idea si è fatta lavorando su entrambi?

Per il libro mi sono occupata solo del caso di Cristiano Congiu perché quello che faceva in Afghanistan era connesso all’oppio (era un esperto antidroga). Degli altri due non mi sono occupata in maniera approfondita perciò non me la sento di esprimere un’opinione. Per quanto riguarda Congiu, invece, credo che sia stata una persona devota al suo lavoro tanto da averci rimesso la vita. Penso che fosse incappato in qualcosa di grosso connesso al traffico di droga in Afghanistan: la storia degli smeraldi è tutta una montatura per depistare l’opinione pubblica. Era un uomo tutto d’un pezzo, con un grande senso di giustizia e gli smeraldi non gli interessavano, neanche un po’. Sarebbe interessante che qualcuno ci dicesse perché aveva chiesto il permesso per l’apertura di un conto all’ambasciata e perché gli era stato prima dato e poi revocato. Era una richiesta connessa all’intenzione di aprire un ospedale a Kabul? Un farmacista che lo conosceva ha dichiarato ai giornali che Congiu gli aveva chiesto di metterlo in contatto con le case farmaceutiche per la fornitura di medicinali. Ho provato a parlare con lui ma non ha voluto incontrarmi. Quel che è certo è che anche questa mi sembra una coincidenza inquietante.

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