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"Missione Oppio" il libro - 4a di copertina


Perché c’è stato l’intervento in Afghanistan? Perché fare un intervento internazionale in una nazione fuori dal mondo? Bene, in Afghanistan c’è solo l’oppio. Il mondo è pieno di regimi politici sgradevoli che restano al potere. Non parlare di oppio e omettere la questione del controllo politico della sua produzione significa non capire gran parte della realtà di quel paese. Non ci possono essere molti dubbi. Le testimonianze messe in evidenza dall’autrice sono univoche: l’intero paese si regge sull’oppio (p. 24). Quindici anni fa iniziava il lungo intervento ‘umanitario’. Da allora la situazione è peggiorata, e ha trionfato la retorica. Più volte le autorità hanno dichiarato che avevamo vinto e che la guerra era finita. In tutti i casi si è sempre evitato di rispondere alla questione centrale: che senso ha un intervento in un paese in cui c’è solo l’oppio? Subito dopo l’invasione della NATO, la produzione di oppio riprende i suoi livelli storici e poi esplode, aumentando di trenta volte. Questo processo non ha nulla a che fare con i talebani. La guerriglia è riapparsa dopo il 2006, cioè dopo il boom della coltivazione del papavero. L’intervento della NATO ha prodotto il boom nella produzione dell’oppio, poi solo l’insipienza del nuovo governo ha permesso il ritorno dei talebani. Non sono i talebani la causa del boom del papavero. La missione ISAF in Afghanistan era stata annunciata come missione transitoria. All’inizio l’intervento era riservato alla sola area di Kabul, la capitale. Lo scopo era quello di permettere l’insediamento di Karzai. In seguito l’operazione è stata allargata a tutto il territorio nazionale senza aumentare le risorse a disposizione. L’occupazione militare, che comunque non ha mai avuto il pieno controllo del territorio, ha favorito il boom dell’unico prodotto vendibile con profitto. Il risultato è la formazione di un’amministrazione molto corrotta, trapiantata in una narco-area virtualmente fuori ogni tipo di controllo. Oggi il grosso della produzione dell’oppio avviene nel sud del paese, in aree da sempre controllate esclusivamente da inglesi e americani (pp. 106-109). Il processo di crescita e di rafforzamento di tutta la filiera criminale va avanti da anni e in molte aree del paese si è stabilizzata una peculiare formazione economico-sociale. La produzione di oppio e di eroina è ampiamente consumata nel paese ed è massicciamente esportate in Iran e in Russia. Il meccanismo però non si mai fermato qui perché oggi la gran parte dell’eroina consumata in Europa e negli Stati Uniti viene dall’Afghanistan. Si è anche formata una connessione internazionale fra i gruppi criminali messicani e le organizzazioni afgane che si occupano del commercio di oppio (pp. 29-32). Da tempo, questo stato di cose è a conoscenza delle truppe italiane di stanza nel paese. L’autrice racconta anche l’incredibile vicenda di un tenente colonnello dei Carabinieri, un certo Cristiano Congiu. Inviato in Afghanistan dall’antidroga a fare indagini, il 4 Giugno 2011 ha avuto un incidente ed è morto per un colpo di pistola alla tempia. Fra i presenti all’incidente vi era anche una signora che lavorava per una ditta civile che faceva da copertura alle attività della CIA. L’autrice racconta anche che i dati dell’autopsia fatta in Afghanistan non combaciavano con quanto visto sul cadavere da testimoni italiani. Alla fine il corpo è stato provvidenzialmente cremato (pp. 85-99). Da anni le fonti d’informazione russe affermano che le forze d’occupazione americane non contrastano la produzione di droga perché questa rende cinquanta miliardi di dollari l’anno. La droga è prodotta nelle regioni del sud sotto controllo inglese e americano. Si tratta di aree geografiche marginali, anche da un punto di vita afgano. La produzione della merce è inoltre e gestita da gruppi locali apparentemente sprovvisti di quelle risorse necessarie per esportarla in tutto il resto del mondo (pp. 127-137). Malgrado tutto ciò la produzione di oppio e di eroina dell’Afghanistan ricompare in Kosovo da dove è distribuita in tutta Europa. Le fonti russe aggiungono anche che i collegamenti fra Bagram (l’aeroporto di Kabul) e il Kosovo sono mantenuto da alcune imprese di contractors (vi è il nome) molto vicine ai servizi statunitensi (pp. 157-169). Il quesito proposto dall’autrice: che cosa stiamo a fare in un paese in cui c’è solo l’oppio? Tutto il resto viene di conseguenza.


Fonte: https://www.carmillaonline.com/2016/09/17/guerra-delloppio-afghanistan/

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